2112: 40 anni di un capolavoro

Il 20 aprile 1976 il trio canadese dei Rush pubblica il suo quarto LP, denominato semplicemente "2112": un concept album basato su una novella della scrittrice ebreo-americana Ayn Rand, fondatrice della teoria filosofica dell'Oggettivismo.

"2112", forse la prima vera grande opera "prog rock", fu sicuramente il trampolino che lanciò i Rush sul mercato americano e mondiale, permettendo al gruppo di uscire definitivamente dai confini nazionali e creando le basi di un'enorme schiera di fan in ogni angolo del globo.

Dal punto di vista compositivo, testuale ed esecutivo, già la prima traccia (la suite che dà il titolo all'opera) è un capolavoro. "2112" si pone in modo mirabile come un ponte fra le altre due lunghe ed epiche suites prodotte dal trio negli anni Settanta ("The Fountain Of Lamneth" del 1975 e "Cygnus X-1, Book Two: Hemispheres", del 1978).
Ciascuna delle sette parti conserva la propria forza espressiva, pur mantenendo un'evidente unitarietà stilistica con le altre. Il soggetto viene raccontato con naturalezza e senza alcuna complicazione: troppe volte, nella musica di quel periodo, un brano (o album) di natura concettuale finiva per insabbiarsi in una narrazione contorta e priva di senso. Non è questo il caso. La musica accompagna e sostiene il racconto in modo scorrevole, crea un clima ideale, in altre parole edifica una struttura in cui tutto è perfettamente calibrato, e nulla sembra fuori posto nella resa complessiva del brano.
Come non citare la granitica "The Temples of Syrinx", costruita su uno dei riff metal più efficaci di tutti i tempi, sul quale la voce di Geddy Lee descrive l'autorità dei Sacerdoti del Tempio con intensità senza pari? Come non ricordare i momenti più quieti ed intensi, colmi di speranza, di "Soliloquy"? Finché tutto confluisce nell'indimenticabile epilogo di "Grand Finale", in cui la band descrive con notevole maestria tecnica la presa del potere da parte dell'autorità religiosa, e la conseguente repressione di ogni forma di creatività e libertà espressiva. Una suite da ascoltare tutta d'un fiato, ancor oggi di un'attualità sorprendente.

Il paragone con la seconda parte del disco, totalmente contrapposta alla title-track, non è semplice, e forse nemmeno opportuno. Dalle atmosfere cosmiche e solenni di "2112" si torna infatti bruscamente sulla terra con 5 brani totalmente differenti e privi di connessione narrativa con la prima parte.

"A Passage To Bangkok" apre con un celebre riff, quasi arrogante nella sua ruvida baldanza. È il racconto, invitante ma al tempo stesso un po' fosco, di un viaggio intorno al mondo alla ricerca delle piante migliori (non si parla, evidentemente, di germogli di soia...). L'inusuale cantabilità del refrain veicola chiaramente una certa ironia nei confronti di molte band dell'epoca, avvezze al consumo di droghe e allucinogeni quali presunte "fonti di ispirazione"; ironia ancor più efficace poiché proveniente da un gruppo mai dichiaratamente dedito a tali sostanze.

"The Twilight Zone" è forse il brano più vicino alla psichedelia in tutta la produzione dei Rush: un sublime viaggio nell'ignoto, in cui la voce volutamente scarna di Lee, affiancata da un'eccellente produzione fonica, ricrea un clima intenso di solitudine e abbandono. Un must per gli appassionati dell'ascolto in cuffia.

"Lessons", su testo del chitarrista Alex Lifeson, è stata spesso accomunata ai brani - relativamente semplici - dei primi due album della band; il paragone tuttavia non regge, a cominciare dall'evidente superiorità della produzione tecnica, fino alla maggior complessità della costruzione armonica, specialmente nel duro refrain, in cui la voce solista di Lee raggiunge esiti davvero ragguardevoli.

"Tears" è invece una vera e propria ballad, di una struggente dolcezza forse mai più raggiunta dal gruppo nei lavori successivi. Si tratta inoltre dell'unico brano del disco che prevede l'uso di tastiere, quasi un segno premonitore della grande importanza che questi strumenti assumeranno nei dischi dei Rush dei primi anni Ottanta.

"Something for nothing", che chiude l'album, è un'autentica esibizione - quasi muscolare - delle capacità tecniche dei tre musicisti, con un indovinato e roccioso refrain che rimane fra i più amati dai fans di ogni tempo della band. La costruzione del brano, con la consueta alternanza fra parti cantate melodico/espressive e acuti laceranti, diviene con questo brano un vero e proprio marchio di fabbrica del gruppo, utilizzato abbondantemente fino alla svolta epocale di "Moving Pictures" (1981), altro iconico disco di cui parleremo in una prossima recensione.

Accanto all'indiscutibile valore delle composizioni, "2112" si caratterizza anche per la notevole qualità della produzione a firma di Terry Brown: un eccellente lavoro, contraddistinto da un suono chiaro e profondo, corposo e potente ma al tempo stesso in grado di restituire ogni dettaglio. Un contributo fondamentale che viaggia di pari passo con il livello elevato della scrittura musicale e della performance.

In conclusione, siamo di fronte a un'opera davvero fondamentale nella musica hard rock degli anni Settanta, che si può tranquillamente affiancare ad altre pietre miliari come "Led Zeppelin IV", "Paranoid" e "Machine Head", solo per citarne alcune.
"2112" è un disco magnifico, suonato e prodotto splendidamente, nonché basato su testi colti e di grande efficacia: il suo 40° compleanno non può che costituire l'occasione per riascoltarlo (sempre che si sia mai smesso di farlo...), per godere una volta di più delle sue lussureggianti atmosfere.

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